Quando una relazione deve finire, è sempre meglio tener conto di una conditio sine qua non: calcolare i tempi. E’ infatti sempre opportuno prevedere il periodo di lutto, direttamente proporzionale alla durata della relazione: secondo alcune (“satc” docet) il periodo di “lutto” dura all’incirca la metà della durata della relazione stessa. Se dunque la mia relazione è durata circa due anni, e si è conclusa tre mesi fa, teoricamente dovrebbero trascorrere altri nove mesi per “passare oltre” (fa tanto Ghost!): in ogni caso, vista la prospettiva desolante, mi tocco le palle. Inoltre, fatti i calcoli, sarebbe opportuno non far coincidere, almeno per il primo periodo, con feste e occasioni speciali, e una soprattutto: il Natale.
Fra le feste il Natale è la più subdola: si infiltra nelle abitudini quotidiane travolgendoti con immagini e canzoncine, e lasciandoti irrimediabilmente convinto di quanto la tua vita sia triste e angosciosa rispetto a quella dei bambini che da una quindicina d’anni cantano “a Natale puoi”… ma non crescono mai questi bambini?! Per me dunque che vivo un equilibrio recuperato ma moderatamente instabile, il Natale è un pericolo di inevitabili riflessioni, angosce e conti che come sempre non tornano. Ricordi, dei Natali passati insieme, delle carezze, dei dolci della nonna, di tutto ciò di cui ho nostalgia e che non sempre vorrei indietro, ma che comunque è ancora presente. A., “ami-nemica” praticamente da sempre, mi ha suggerito di recente di tentare di dimenticare tutto. Ecco come sta facendo lei, sta tentando di cancellare completamente tutto ciò che ha vissuto in passato e che le ha fatto male, adottando uno stile di vita nuovo, frequentando nuove persone, facendo cose totalmente inedite: insomma, se prima si comportava da collegiale in libera uscita, adesso conduce una vita quasi “monacale”, ed evita quei luoghi e quelle situazioni che potrebbero far scattare bombe sentimentali ad orologeria. Ecco perché si dovrebbe evitare il Natale, perché in pratica non esiste periodo più denso di cose e situazioni che condividiamo, per abitudine o noia, con le persone a noi più vicine, soprattutto quando queste persone non sono più nella nostra vita.
Va però detta un’altra cosa: a casa mia tutto questo è impossibile.
Il motivo? A casa mia Natale inizia praticamente in estate e si protrae dopo il “periodo natalizio” vero e proprio per una quantità di tempo indefinita. Mia madre, donna inspiegabilmente attratta da tutto ciò che è rosso o anche solo vagamente natalizio, inizia a sentirsi a Natale all’incirca all’inizio di Settembre, periodo in cui si auto-convince che tutto ciò che si trova nei negozi e che rientra nella gamma di colori rosso/oro/argento rientri ipso facto nella categoria “decorazione natalizia” e quindi debba necessariamente essere comprato, perché “il Natale sta arrivando” (sisi, è proprio una minaccia!). Va da sé che con queste premesse ogni anno i lavori di addobbo casa inizino assai presto, e la preparazione del presepe e dell’albero siano epicamente progettati con lo stesso piglio degli scenografi dei kolossal hollywoodiani anni ‘50 stile Ben-Hur. Addobbare l’albero, in particolare, è una cosa che abbiamo sempre fatto assieme, io e mia madre, e che in realtà non mi è mai dispiaciuta, anche perché mentre tutto il resto cambiava, per qualche strano motivo gli addobbi dell’albero rimanevano gli stessi, ed era rassicurante vedere ogni anno le stesse palle, gli stessi fili che vedevo brillare da bambino fra le luci dell’albero. Appendere le decorazioni all’albero equivale per me a tuffarsi in ricordi familiari, a volte piacevoli, a volte no, ma comunque ricordi: che fanno parte di me, che a volte cerco di dimenticare, di allontanare, e dei quali a volte mi vergogno, ma che so esattamente in quale cartone impolverato ritroverò, in attesa che venga il periodo giusto, il periodo in cui dovrò riprenderli, spolverarli e utilizzarli per addobbare un albero nuovo. E’ come ricordare, anche quelle cose, e quelle persone, che ci hanno fatto male, che ci hanno fatto piangere, ma che ci hanno formato.
Forse allora i ricordi, le persone che passano nella nostra vita per poi andarsene, sono come le palle dell’albero di Natale: possono essere classiche e ben conservate, oppure fuori moda e rovinate, oppure semplicemente vecchie, ma sono le nostre, e le riconosceremmo ovunque, ed anche se ci fanno ancora soffrire sanno essere rassicuranti, sanno essere familiari, perché comunque ci ricordano quello che siamo.